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La modernizzazione dell'Istat un anno dopo: tempo di bilanci

La FLC CGIL proporrà un questionario a tutti i dipendenti

19/04/2017
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A metà aprile 2016 sono stati pubblicati nell’arco di pochi giorni i risultati della valutazione comparativa che ha portato alla nomina dei nuovi dirigenti dell’Istituto e la maxi-delibera di assegnazione del personale alle nuove strutture create con la modernizzazione dell’Istat. Un anno dopo, i vertici dell’Istituto non ritengono di dovere fare un bilancio serio, reale e complessivo, e di ascoltare l’opinione del personale, limitandosi a una discutibile operazione di propaganda aziendale avviata con le interviste diffuse sulla Intranet e più recentemente arricchita dagli articoli di colore della newsletter.

Il bilancio del primo anno di modernizzazione è, alla prova dei fatti, negativo. Se l’idea di centralizzare alcune parti della produzione statistica era buona, meno lo è stata quella di attuare tutto insieme, senza gradualità, per di più sovrapponendo nel tempo le nomine dirigenziali, la fase di spostamento del personale fra le strutture e la riorganizzazione delle sedi. Il meccanismo degli accordi tra i servizi stenta a decollare e sta rischiando seriamente di compromettere in alcuni casi la tenuta dei processi di produzione, che - nel bene e nel male - fino a oggi avevano sempre garantito all’Istituto un adeguato grado di autorevolezza nel panorama degli enti pubblici. La sensazione è che tuttora le poche idee alla base della riorganizzazione, non costruite con la partecipazione del personale, abbiano un respiro corto e si fa fatica a scorgere l’obiettivo finale della riorganizzazione a tendere. Anche per questo, ad esempio i timori che una parte dei servizi trasversali possa essere prima o poi esternalizzata non sono del tutto fugati. La classe dirigente in gran parte rinnovata non sembra avere la forza di proporre modifiche o contrastare alcune distorsioni, in alcuni casi persino contrarie allo stesso progetto di modernizzazione.

Crediamo che si possa riprendere il filo del dialogo con le organizzazioni sindacali sulla modernizzazione dell’ente. Alcune questioni importanti sono ancora aperte e possono trovare soluzione nei prossimi mesi. Pensiamo a una nuova regolamentazione più flessibile dell’orario di lavoro, al ragionamento mai avviato sulla internalizzazione dei processi di produzione statistica, al ruolo degli uffici territoriali e in generale a tutte le partite aperte dal varo del Dlgs. 218/2016, in particolare in merito al ruolo dell’Istituto e alla sua missione, alla partecipazione della comunità scientifica e del personale negli organi decisionali e consultivi.

Centrale è ovviamente il reperimento di risorse per la valorizzazione del personale.

Nelle prossime settimane proporremo un questionario rivolto a tutti i dipendenti, che ci aiuterà a proporre un bilancio più approfondito dei risultati conseguiti nella prima fase della modernizzazione.

La FLC CGIL ha monitorato il processo di riorganizzazione fin dall’inizio, mettendo subito in chiaro le priorità. Nella prima nota inviata a settembre del 2014 al presidente Alleva, appena nominato, ponevamo alcune questioni, che dovevano associarsi alla riorganizzazione: taglio delle posizioni dirigenziali, stabilizzazione dei precari, ripresa della contrattazione integrativa e in particolare delle carriere, minore burocrazia riformando l’orario di lavoro, ripristinando la mobilità volontaria e allargando il telelavoro.

A giugno del 2015 in un comunicato riproponevamo la “nostra modernizzazione”, con un elenco di obiettivi da perseguire: meno dirigenti, maggiore democrazia e autonomia, più fondi per il salario accessorio, rafforzamento della sedi territoriali, stabilizzazione dei precari, progressioni di carriera, meno burocrazia, orario di lavoro flessibile, trasparenza, diritto alla mobilità, gestione delle sedi orientata al benessere del personale, internalizzazione di alcune funzioni cruciali della statistica pubblica.

Il presidente è andato avanti, affiancato da team e gruppi ristretti di dirigenti, affinando l’impianto teorico della riorganizzazione e delegando completamente al direttore generale la gestione quotidiana  dell’Istituto. Delle nostre proposte, poco o nulla è entrato nei progetti presentati dal presidente: ciò che è stato conquistato su alcune partite - dal salario accessorio alla stabilizzazione dei precari - è frutto della mobilitazione dei lavoratori e dell’azione sindacale più che della modernizzazione.

Il progetto di Alleva ha puntato invece tutto sulla business architecture, ovvero sulla centralizzazione delle funzioni trasversali, con il duplice scopo dichiarato di evitare ridondanze (e quindi risparmiare) e di rompere i “silos” (ovvero le rendite di posizione di chi “presidiava” un’indagine statistica dall’inizio alla fine).  Esistevano effettivamente alcuni problemi nell’organizzazione dell’attività di ricerca e la FLC CGIL stessa denunciava da anni un’eccessiva gerarchizzazione e la scarsa comunicazione trasversale tra le strutture. La proposta di Alleva, seppure in parte poco chiara, era suonata quindi come una possibile innovazione dei processi organizzativi. Ma la decisione di non condividere le scelte con i lavoratori e con le loro rappresentanze ha reso tutto fumoso e incerto, mentre i provvedimenti venivano rinviati per la mancanza del Consiglio.

La FLC CGIL ha continuato a porre domande, ad analizzare e criticare gli aspetti che sembravano più problematici. I dubbi sollevati dal personale sono stati da noi rappresentati al Consiglio e in tutte le sedi possibili. In particolare abbiamo più volte rilevato l’assenza di una politica di rilancio dell’attività degli uffici territoriali, chiedendo un confronto che il Presidente non ha mai accettato.

Oggi, un anno dopo l’effettivo spostamento di massa del personale avvenuto a metà aprile 2016, possiamo dire che molti dei nostri timori erano fondati. L’attuazione del nuovo assetto organizzativo è stata piuttosto confusa, e spesso viziata dall’assenza di un’analisi dei processi lavorativi. I confini tra le attività di produzione e trasversali non sono ancora ben delineati e questo accentua i conflitti tra le diverse strutture, non essendo chiari i ruoli e le funzioni di ciascuno. Le soluzioni organizzative  sono state individuate soltanto a valle del processo da chi si è trovato a gestire le emergenze e quindi ancora una volta grazie al senso di responsabilità dei dipendenti dell’Istat.

Per i lavoratori la modernizzazione ha comportato spesso una mobilità forzata, gestita con la massima opacità:  alcuni colleghi sono stati informati sulla struttura di destinazione prima della delibera di assegnazione, mentre altri hanno appreso della nuova destinazione solo a giochi fatti. L’anacronistica necessità di unitarietà logistica dei servizi non è ancora stata compiuta: permangono situazioni eterogenee, che creano disparità di trattamento e accentuano i contrasti tra lavoratori.

L’introduzione delle numerose “iniziative” (non sempre in linea con le reali esigenze produttive e organizzative, create senza procedure condivise e definite) e l’assenza di idonei strumenti gestionali hanno prodotto un elevato livello di stress organizzativo, sia per chi è responsabile dei processi sia - soprattutto - per chi si trova a rispondere alle richieste di più responsabili.

Un capitolo a parte merita l’indeterminatezza nella gestione degli uffici territoriali. L’eliminazione della DCSR (sviluppo e coordinamento del Sistan e della Rete Territoriale), che di fatto rappresentava la rete degli uffici territoriali all’interno del tavolo dei Direttori (ex Comitato di direzione), sommata a una serie di ulteriori accorpamenti, non legati a un progetto strategico, hanno enormemente peggiorato l’assetto organizzativo e le condizioni di lavoro dei colleghi degli uffici territoriali. Le conseguenze sono state una distribuzione caotica dei carichi di lavoro, una maggiore sovrapposizione delle attività, nonché la perdita del ruolo di rappresentanza e promozione dell’attività statistica sul territorio. A questo si aggiunga che tutti i dirigenti sul territorio sono in scadenza a fine anno, in attesa di un ragionamento specifico che l’Istituto non pare avere all’ordine del giorno.

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