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Riorganizzazione ISTAT: sui trasferimenti il caos è totale

Tra sedi che vanno e vengono e assegnazioni senza criterio, la mobilità è in balia del "mercato"

28/04/2016
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Le delibere di incarico e assegnazione ai servizi degli scorsi giorni, insieme alle notizie ancora “ufficiose” sulle sedi romane, hanno evidenziato la volontà da parte dei vertici dell’Istat di non gestire la transizione o, in un’interpretazione più benevola ma non meno grave, di non averne le capacità.

E’ stato infine tolto il velo al fitto lavorio degli scorsi mesi per spostare le persone da un servizio all’altro e a quanto pare anche da una sede all’altra, all’insaputa dei più e creando enormi disparità tra chi era legato a un dirigente in ascesa o viceversa a uno in declino, così come tra chi è rimasto nella vecchia struttura e chi è stato assegnato ad una nuova.

La gran parte delle unità operative è stata smembrata, senza criteri riconoscibili, e al contrario di quanto era stato annunciato qualche mese fa. Il presidente Alleva aveva infatti detto che inizialmente sarebbero state spostate le unità operative in blocco, per poi dare luogo a un progressivo assestamento. E’ avvenuto esattamente il contrario, con un mercato dei trasferimenti e delle assegnazioni, iniziato quando era più forte l’asimmetria informativa tra i lavoratori e destinato a continuare nei prossimi mesi.

A questo si aggiunge il vero e proprio disastro nella gestione delle sedi romane. Dopo un piano annunciato nel 2013 e mai approntato, il documento del 2015, pieno di incongruenze e slegato da qualsiasi ragionamento organizzativo, contestato anche perché non prevedeva più una sede nella zona Sud Ovest, è stato comunque portato avanti, contro qualsiasi obiezione. In ultimo il Consiglio ha deciso per la sede vicino a piazza Barberini, in alternativa a una nuova sede all’Eur, per poi doversi smentire – ma ancora non c’è nessun documento ufficiale – solo qualche giorno dopo. Ad oggi continua a non essere chiaro quante postazioni ci saranno alla fine di questa razionalizzazione irrazionale e se tutti i dipendenti avranno una sedia e un tavolo. E’ forte il rischio che i lavoratori che avevano richiesto di poter rimanere in una sede decentrata all’EUR in attesa della sede unica (di cui già non si parla più) lavoreranno in altre sedi e viceversa.

In questo contesto, la modernizzazione somiglia a un grande trasloco disorganizzato, con alcuni dirigenti che fanno i pacchi in stile “Lehmann Brothers” e i dipendenti disorientati che non capiscono cosa li aspetta. Pare che le unità operative verranno cancellate introducendo un meccanismo di condivisione delle risorse sulle linee di attività che è ad oggi tutto da chiarire; quello che è chiaro invece è che la gran parte del personale semplicemente non è stato informato su quali attività dovrà svolgere in futuro, il che in una riorganizzazione è davvero incredibile.

Nel lontano 1986, ovvero trent’anni fa, fu firmato un accordo sulla mobilità all’Istat, poi “superato” dal comportamento unilaterale dell’amministrazione. L’accordo prevedeva cose di buon senso, come un’informazione preventiva ai sindacati e al personale coinvolto da trasferimenti da una sede all’altra, e la possibilità per il singolo dipendente di essere esentata dallo spostamento.

Quell’accordo è stato stravolto negli anni, in particolare quando con l’ultima “riorganizzazione” il presidente Giovannini decise di abolire la possibilità di fare richiesta di mobilità volontaria, se non per gravi motivi personali. Vennero introdotte la call straordinaria per esigenze delle strutture e la call periodica semestrale “aperta”, che è stata fatta un paio di volte e poi è scomparsa, da anni.

E’ incredibile che nel progetto di modernizzazione non sia stato approntato alcun provvedimento per garantire la mobilità del personale, prevista peraltro dalla Carta Europea del Ricercatore. Continua evidentemente ad essere preferita la “mobilità informale”, che passa per la ricerca di un dirigente comprensivo e potente, continua con il reperimento di un altro lavoratore per lo “scambio” e si conclude con una delibera ad personam.

Chiediamo al presidente di fermarsi e chiarire a se stesso e al personale cosa succederà nelle prossime settimane, perché il calendario pubblicato e la promessa di una vaghissima “finestra di mobilità” non sono sufficienti. Ad oggi infatti l’esito più probabile sembra essere una nuova fase di movimenti inspiegabili e iniziative personali, visto che ancora non è chiaro quale sarà il criterio per decidere dove posizionare i servizi: la funzionalità, le esigenze del personale, il domicilio dei dirigenti o la loro influenza?

Il tutto ricorda purtroppo molto da vicino le pessime prove fornite nella gestione del trasferimento “emergenziale” del 2013 a via Tuscolana e di quello dell’anno scorso da piazza Indipendenza.

Ricordiamo sinteticamente cosa chiediamo da tempo per sbrogliare questa matassa:

-          Il piano delle sedi e quello di modernizzazione devono essere combinati in un vero piano di razionalizzazione dell’Istituto, che deve prendere in considerazione le esigenze e le richieste del personale.

-          Va ripristinata la mobilità volontaria per motivi di lavoro.

-          Deve essere aperta una procedura di mobilità straordinaria, gestita centralmente, per consentire di cambiare struttura a chi ne farà richiesta.

-          Vanno ampliati gli strumenti di flessibilità (telelavoro smart working), nonché rivisto l’orario di lavoro, togliendo la fascia di presenza obbligatoria.

-          Va chiarito che tutti gli attuali progetti di telelavoro, anche per le persone trasferite, sono mantenuti e prorogati fino alla nuova call.

-          Infine, va fatta chiarezza sulla possibilità di usare i risparmi da part time per favorire la mobilità del personale.

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