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La mobilità all'ISTAT? Una chimera

La valutazione di Carlo De Gregorio, candidato RSU per il polo di Roma

26/02/2012
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A Carlo De Gregorio chiediamo un parere sulla politica della mobilità interna all'Istat.

L’attuale presidente dell’Istat (come il suo predecessore) ha a più riprese solennemente lodato la mobilità come valore per l’istituto e per chi ci lavora. Come non essere d’accordo?

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L’approccio moderno alla mobilità adottato dall’Istat è di tutt’altro segno rispetto alle dichiarazioni. Non è prevista alcuna possibilità di muoversi sulla base di una richiesta del lavoratore (la mobilità a domanda), se non per gravi motivi personali o per rispondere a richieste di altre strutture (le chiamano call: la solita ipocrisia con l’inglese), ma con molti vincoli e poche certezze. Se per motivi professionali o ambientali un lavoratore desidera cambiare aria, dovrà cercare di trasformare questo desiderio in una mobilità d’ufficio, contrattando la sua istanza informalmente con i direttori coinvolti, e attendere l’esito di una trattativa – sempre informale - fra questi soggetti.

Non c’era niente di più moderno da fare?

Forse si poteva dare corpo alla mobilità a domanda con un meccanismo di svincolo dopo un tot di anni nella stessa mansione, come garanzia di diversificazione delle competenze; e come strumento per investire sulla trasparenza dei processi produttivi, sulla loro sicurezza e anche sulla nostra produttività e serenità. La mobilità va gestita, ma ciò non significa renderla arbitraria, bensì favorirla per farla diventare uno strumento trasparente per l’innovazione e lo scambio delle conoscenze.

Come si fa a garantire che l’arbitrio dei direttori corrisponda a una soluzione efficiente per l’istituto?

Le “moderne” procedure dell’Istat garantiscono solo rischi. Riflettono un deficit di volontà, di capacità manageriale e di programmazione. Favoriscono lo status quo. Vanno contro i principi della Carta europea dei ricercatori. Nei tanto citati organismi internazionali la mobilità è stimolata, è uno strumento democratico per le pari opportunità, serve a misurare la salute dei processi di produzione. L’alta dirigenza dell’Istat non è evidentemente all’altezza di questa sfida. 

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