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I lavoratori dell’Istat hanno diritto a un luogo di lavoro confortevole

DCME, il cuscino delle emergenze: riapriamo il confronto sulla logistica

14/02/2020
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Lunedì 10 febbraio, la Logistica dell’Istituto ha deciso che i lavoratori di una “stanza”  di via Balbo 16 dove si sentono odori insopportabili da tempo,  dovevano, giustamente e finalmente, essere immediatamente trasferiti. Dove? In una delle stanze occupate dai colleghi della DCME. I quattro metodologi sono stati a loro volta spostati in tutta fretta nel seminterrato di via Balbo 39, in una delle stanze con il muro davanti alla finestra. Un trasferimento triangolare, soluzione mai utilizzata prima, che ancora una volta coinvolge colleghi appartenenti alla direzione metodologica. Nonostante le richieste della FLC CGIL, non sono state prese in considerazione soluzioni alternative.

Il segnale che l’amministrazione dà ai lavoratori della DCME è ancora una volta lo stesso: alle emergenze dell’Istituto si risponde con la loro flessibilità. Sono evidentemente più trasferibili degli altri.

Ci chiediamo come mai venerdì 7, durante l’incontro sulle sedi, il direttore DCAP e i suoi collaboratori, che probabilmente sapevano del trasferimento, hanno deciso di non comunicarlo a RSU e sindacati.

La vicenda delle sedi romane dell’ente non trova pace.

Proviamo a ricapitolare alcuni dei passaggi più significativi.

Nel 2013 i vigili del fuoco “impongono” uno sgombero della sede centrale: sovraffollata. Vengono scelti, in base a misteriosi ragionamenti organizzativi, per il trasferimento emergenziale a via Tuscolana, circa 100 colleghi, tra i quali i metodologi. I trasferimenti sono considerati provvisori, giusto per il tempo dei lavori di adeguamento a via Balbo. A gestirli è la dottoressa Carone, scelta come direttore generale dall’allora presidente Giovannini.

Passano 3 anni. Cambiano presidente (Alleva) e direttore generale (Antonucci). I metodologi, che nel frattempo hanno riottenuto il rango di direzione trasversale, nel 2016 sono spostati nuovamente al centro di Roma, nella palazzina del CIR.

Alla fine del 2018 Cerasoli ritorna all’Istat dal comando al Ministero degli affari esteri e decide, tra le altre cose, che la sede di via Depretis 77 non è del tutto a norma: meglio abbandonarla. Per i metodologi il destino è segnato: di nuovo tutti a via Tuscolana.

Dopo mesi di confronti, principalmente con il direttore generale appena nominato dal nuovo presidente Blangiardo, si arriva a luglio a un accordo che – sulla scorta delle indicazioni sindacali e della decisione del Consiglio – stabilisce alcuni principi importanti, che segnano un importante passo avanti rispetto al recente passato. L’unitarietà dei servizi non è più un dogma senza eccezioni, in caso di spostamenti il piano di allocazione deve tenere conto di criteri concordati con le rappresentanze dei lavoratori, la direzione dei metodologi svolge meglio le sue attività nel polo centrale. Si decide quindi concretamente che provvisoriamente solo una parte dei dipendenti della DCME sarà allocata nelle sedi periferiche (Liegi, Tuscolana e Marconi), sulla base di criteri oggettivi: tutele di legge, distanza, preferenze dei dipendenti. Purtroppo la graduatoria non è mai stata resa pubblica.

Sono passati altri mesi. Siamo nel 2020. Il provvedimento deciso dal Consiglio (la ricerca di una nuova sede al centro) ha trovato come sbocco una “manifestazione di interessi” tardiva e con scadenza a lunghissimo termine (maggio di quest’anno).

Venerdì 7 febbraio, durante l’incontro con RSU di Roma e organizzazioni sindacali, Cerasoli, incalzato dai rappresenti dei lavoratori, ha sostenuto che la DCME era stata distribuita lo scorso anno nelle sedi romane seguendo una mera divisione per servizio, come se non si fossero svolti gli incontri di giugno e luglio dell’anno scorso e non si fosse arrivato a criteri indipendenti dai servizi. Ricordiamo che i criteri “sono stati, a norma dell’art. 68, comma 8, lett. b) del contratto collettivo vigente, oggetto di confronto con le OO.SS. rappresentative. Dell’incontro, tenutosi il 20 giugno scorso, è stato sottoscritto regolare verbale”.

“Il Direttore Generale illustra le problematiche inerenti la logistica a seguito della riorganizzazione. Seguiranno proposte”: così si legge nel resoconto dell’ultima riunione del Comitato di presidenza dell’Istat, pubblicato mercoledì 12 febbraio sulla Intranet.

Chiediamo quindi che si riapra un confronto sulle sedi romane, partendo dai punti fermi della scorsa estate e da quanto già deciso dal Consiglio, ovvero che all’Istat serve nell’immediato una ulteriore sede nel centro. Si devono mettere in campo tutti gli strumenti per trovarla e programmare in tempi brevissimi interventi per liberare postazioni, come proposto già l’anno scorso, ad esempio organizzando al meglio le presenze dei telelavoratori.

Per motivi diversi, non solo a causa delle leggi che hanno imposto la razionalizzazione delle spese per gli affitti, c’è stato negli ultimi anni un incremento del disagio per i dipendenti ovunque si vada. Servono soluzioni per restituire a tutti i lavoratori dell’Istat, in modo omogeneo, una postazione di lavoro confortevole in tempi brevi, a prescindere dai progetti più o meno futuribili, come la sede unica o l’incremento della capienza di viale Liegi.

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