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I compiti a casa dell’Istat

Suggerimenti e raccomandazioni dal rapporto europeo della “peer review”

28/09/2015
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Negli scorsi giorni è stato reso pubblico il rapporto finale sulla “peer review” internazionale effettuata all’Istat nel mese di giugno 2015.

La procedura “partecipativa” ha coinvolto soprattutto dirigenti dell’Istat e un gruppo di “young staff”, oltre che una serie di rappresentanti degli utenti, della comunità scientifica e del Sistan. E’ quindi normale che siano presenti nel rapporto soprattutto considerazioni sull’organizzazione dell’Istituto e sui problemi del precariato. Non si dice invece nulla sulla situazione di sofferenza del personale a causa del blocco di salari e carriere che dura dal 2009 e che evidentemente compromette la motivazione dei lavoratori. Un altro problema cruciale non rilevato dal rapporto è quello dell’inefficienza dell’attuale sistema amministrativo, che sovraccarica di burocrazia il personale, spesso rallentando e ostacolando l’attività di produzione e ricerca dei lavoratori dell’Istituto. Il tema è peraltro emerso con forza anche nelle discussioni svolte in occasione delle presentazioni del progetto di modernizzazione nelle diverse sedi. 

Ripercorriamo le principali questioni sollevate nel rapporto con un nostro commento. Visto che l’Istat non ha esplicitato nessuna divergenza rispetto alle valutazioni contenute nel rapporto, ci aspettiamo almeno su questi punti le “azioni di miglioramento” richieste nelle “4 settimane successive all’invio”. Il comunicato del presidente del 21 settembre è molto generico e teso più a evidenziare gli aspetti positivi che quelli critici, che pure emergono nel rapporto. 

Precariato

Il rapporto indica tra i punti di forza dell’Istituto “l’adeguatezza delle risorse umane”, che negli anni sono sempre più competenti e con titoli di studio elevati. Quello che non specifica è che ciò non deriva dall’attività di formazione svolta dall’Istat, che anzi negli ultimi anni è diminuita, ma dal fatto che sono stati assunti moltissimi precari con titoli di studio elevati e un’importante esperienza pregressa (cosa che viene rilevata in altre parti del rapporto).

Il rapporto afferma, senza smentita da parte dell’Istat, che “la maggior parte di quelli assunti per il Censimento con contratti a termine sono attualmente impiegati in attività permanenti” , certificando di fatto l’abuso del contratto a tempo determinato praticato all’Istat negli ultimi anni.

E ancora: esiste di fatto “una disparità tra il personale di ruolo e quello con contratti a termine, nonostante quest’ ultimo sia composto quasi interamente da laureati, mentre i primi costituiscono una forza lavoro più diversificata”.

Il rapporto esprime quindi la preoccupazione sulla eventuale perdita di queste figure professionali, che costituirebbe una effettiva “perdita di risorse umane per l'Istat”, considerando che ad oggi “è probabile che non tutti saranno integrati, a causa dei vincoli legislativi sul reclutamento nella pubblica amministrazione”.

La modernizzazione e il ruolo degli uffici territoriali

Il rapporto dà una valutazione sostanzialmente positiva del progetto di modernizzazione annunciato da Alleva, pur mettendo in luce anche alcuni aspetti critici, tra cui la scarsa chiarezza e il prolungarsi indefinito della sua attuazione, che sta alimentando preoccupazione e incertezza nel personale, nonché il fatto che sia mancata una consultazione.

In più punti, il rapporto si sofferma sul ruolo degli uffici territoriali dell’Istat, soprattutto a causa della possibile (ulteriore) centralizzazione della fase di data collection e dell’aumento dell’uso degli archivi amministrativi. Pur essendo riduttivo il ruolo che il rapporto sembra assegnare agli uffici regionali, crediamo che questo sia proprio uno dei punti meno chiari del progetto di modernizzazione. Riteniamo molto grave a questo proposito che ancora non sia avvenuto nessun incontro del Presidente con i colleghi delle sedi territoriali.

La mobilità interna

Il rapporto informa che mediamente negli ultimi 5 anni solo 64 persone all'anno si sono spostate da una struttura all’altra e che la “cultura dell'esperto” scoraggia e disincentiva la mobilità del personale.

Il rapporto, oltre a indicare su questo punto una “soluzione” nel processo di riorganizzazione che dovrebbe rendere più fluida la struttura dell’Istat, propone che i “giovani” nei primi 10 anni di lavoro all’Istat debbano cambiare almeno 2-3 unità operative diverse e che nella scelta dei capi unità siano preferiti coloro i quali abbiano fatto esperienza in diversi campi.

Non crediamo siano misure risolutive, ma il problema è noto da anni e già ripristinare la mobilità a domanda (non solo per motivi “personali”), abolita dal riordino del 2010, sarebbe un passo importante.

Comunicazione interna

Il rapporto invita a migliorare la comunicazione tra i lavoratori dell’Istituto.

Il team raccomanda di fare regolarmente indagini sul personale e di offrire a tutto il personale maggiori possibilità di partecipare a attività scientifiche, conferenze e pubblicazioni, in modo da garantire la crescita professionale del personale.

La riforma del Sistan

Ci sono alcuni suggerimenti su come riformare il Sistan, concentrandosi sugli uffici di statistica che producono effettivamente statistiche ufficiali (60 enti, di cui 19 produttori di statistiche per le istituzioni europee) e rafforzando quindi il ruolo di coordinamento dell’Istat. Non basta – secondo il rapporto – il PSN per definire quali siano le “statistiche ufficiali”: l’Istat dovrebbe fornirne una definizione più chiara.

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